HORTOFLORA by SE.A.C.

ISCHIA

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Storie intorno ad alcune piante singolari

STORIE INTORNO AD ALCUNE PIANTE  SINGOLARI   CHE  SI RINVENGONO  SULL’ISOLA  D’ISCHIA

(In  memoria di Gioacchino Vallariello , botanico appassionato  e competente , figlio adottivo di Aenaria)

“ Ascoltami , i poeti laureati
si muovono soltanto tra piante
dai nomi poco usati :   bossi  ligustri o acanti.
Io  per me …
“( E. Montale , I limoni ) .


AVVERTENZA
Ogni racconto recherà sotto al titolo  il nome scientifico della pianta, la famiglia botanica ed il riferimento al lavoro  “ La Flora dell’isola d’Ischia (golfo di Napoli)” , di cui Gioacchino Vallariello, insieme ad altri,  è stato l’autore ed anche  l’esecutore  del  rilevamento e della  classificazione delle piante . Una sequenza di tre numeri  indicherà la pagina ove è inserita la famiglia, quella della specie e la posizione progressiva  nella pagina stessa.


Il Calavric(e)  è un  buon piede per il pero , ma ….   
( Crataegus monogyna Jacq., fam. Rosaceae, 34/ 36/ 6 )

Prova a parlare di innesti ad alcuni agricoltori ischitani e farai un mucchio di scoperte, e quasi sempre trovi qualcuno che la sa più lunga degli altri .  Le epoche di esecuzione, le tecniche ed i materiali da impiegare, le tradizioni e soprattutto le superstizioni e le compenetrazioni  mistiche e religiose,  che spesso rendono quest’arte affascinante ed anche un tantino misteriosa.  Ad Ischia  l’innesto delle piante  ha poi una tradizione alquanto robusta  che discende direttamente dalla consuetudine, ed anche dalla necessità, di coltivare in estensioni di terra  modeste  diverse specie di alberi da frutto e da guscio: peschi, albicocchi, ciliegi, pruni e susini,  meli, peri , agrumi di  quasi tutte le specie , per parlare dei più comuni ; per non dire di  nespoli,  sorbi domestici,  diospiri, melograni, carrubi. E poi ancora noci, mandorli e  noccioli.  Ah, dimenticavo le viti , che da sole potrebbero rappresentare un capitolo a parte!  Quando nel secolo scorso vi fu l’epidemia di fillossera, i viticoltori nostrani furono costretti rapidamente ad imparare l’arte dell’innesto della vite europea sulle viti selvatiche del nuovo mondo (Vitis riparia, V. rupestris, V. Berlandieri,  ecc., e loro ibridi) per salvare i loro vigneti di biancolella , forastera, arilla, San Lunardo, e di cento altri vitigni.  L’innestatore esperto è sempre stato visto come una persona speciale, rispettata e riverita al pari, ad esempio, del castratore di maiali o norcino;  o anche della persona capace di mettere il portello ai grandi fusti ( vettune ) per il vino, o di applicare a quelli la cannella  per lo sfecciamento, senza rischi di perdere grandi quantità di vino.  Quasi un taumaturgo, il nostro rendeva l’arte ancora più misteriosa  con un armamentario di attrezzi che il più delle volte si costruiva da sé  e che custodiva gelosamente. Pure gli intrugli di pece greca , creta, sterco secco di cavallo  ed altri simili materiali rispondevano ad una ricetta rigorosamente personale e mai identica a quella di altri.   Ho incontrato Rafele alcuni anni orsono  a Casamicciola, sulla Sentinella. Era intento, sul finire di febbraio, ad innestare  alcuni peschi e pruni selvatici in un terreno di un mio amico. Mi misi ad osservarlo da lontano  mentre chiacchieravo con il mio ospite. I gesti erano precisi tanto quanto l’attenzione e la perizia che l’uomo metteva nelle sue operazioni. Sentendosi osservato rese, probabilmente , la sua gestualità ancora  più esasperata e spettacolare.  Antonio, il mio amico, si affrettò a fare le presentazioni e ben presto iniziò una bella conversazione proprio sugli innesti, su come farli, quando, come, ecc.
“L’anno scorso non è potuto venire – intervenne Antonio – e quasi tutti gli innesti non  presero! “
“ E come mai, – chiesi meravigliato -  cosa è successo? “
“Dottò , per prima cosa  è la mano, che non sempre è buona – specificò con un sorriso beffardo Rafele – poi  quando mai s’è visto che gli inserti  sono stati fatti di crescenza?! Si devono fare sempre con la luna mancante , specie se si devono innestare pruni selvatici che hanno il legno tosto e nervoso “ , sentenziò poi in maniera ultimativa.   
“ Poi non ne parliamo se si fanno di
Santu Sastian(o)1  (leggi San Sebastiano) !”
“  Ah,  perché c’entrano pure i santi ? “ , feci stupito.
“ C’entrano?  , chilli sono dispettosi  e vogliono essere rispettati ! “ , proruppe sdegnoso  Rafele mentre rifilava con attenzione una  puca di pesco.   “Specialmente Santu Sastiano , non te ne fa prendere nemmeno uno .”
“In verità è un’ora  quella del massimo pericolo – proseguì ora più tranquillo- ma vai a sapere qual è quell’ora!  Quindi è meglio in quel giorno, per sicurezza ,  non fare inserti . Manco   la vigilia di Natale si devono fare! “ , proseguì poi con rinnovato fervore.  “ Per esempio quest’anno Natale viene di giovedì ? allora per tutto l’anno non devi seminare e non devi fare innesti di mercoledì ! Ma nemmeno travasare il vino e altre cose . Ma poi a noi cosa ci costa osservare queste regole ? Niente … , e quindi …! “   
Chiesi a Rafele da quando aveva iniziato a fare  innesti e da chi aveva appreso l’arte .  “ Dottò avevo forse nove anni quando mio padre mi fece fare il primo
scutillo di percoca2.  Ed era pure una pianta mezza morta . Ma lo scutillo prese, e mio padre disse che  se l’avevo fatto prendere su una pianta così malridotta, allora significava  che avevo la mano  buona . Ma questo fu l’unico apprezzamento,   e senza alcun sorriso . Poi ho continuato e a mano mano ho imparato sempre di più . Mio padre diceva sempre che si nasce ingegneri e si muore architetti : c’è sempre da imparare nella vita !”
Via via entravamo sempre più in confidenza , ormai aveva superato l’iniziale diffidenza nei miei confronti . Forse aveva capito che anch’io volevo apprendere da lui ponendomi al suo livello.
“ Mi dici una cosa che ricordi in maniera particolare sugli innesti  , bella o brutta che sia ? “  
“ Dottò , era l’inizio degli anni Sessanta , ad Ischia cresceva il turismo  e gli agricoltori iniziarono a mettere piante da frutto , specialmente cresommele , prune e percoche , anche in mezzo alle file di viti . Questa grazia di Dio si vendeva bene ai turisti e pure agli alberghi e ai   fruttivendoli. Le  pèllese , le terzarole e le percoche gialle nostrane da mettere nel vino  erano saporite , ma poco colorate . Incominciarono a venire  nuove razze da Napoli più colorate e belle. Pochi avevano le piante  ed erano gelosi : non davano le puche a nessuno ! Non ho mai visto una cosa più cattiva di quella . Anche gli amici  ti dicevano spesso di no , ma non tutti per fortuna . Non vi nascondo che più di una volta le puche sono stato costretto a rubarle. Gli stessi che ti negavano una razza , poi avevano la faccia di chiedertene una che loro non avevano!
“ E l’innesto che ti procura più soddisfazione , qual è ?
“ Il pero innestato sul calavrìc(e)  “,  mi risponde sicuro mentre gli occhi gli brillano quasi estatici .
“ Vuoi dire sul cotogno ? “,  gli faccio .
“ No dottò , ma voi non lo conoscete il calavrìce ?   Chillo cresce dentro le selve , è una pianta spinosa che in primavera si riempie di fiori bianchi . Per trovarlo bisogna girare un poco perché non è che poi ce ne sono tanti .”
Incomincio ad arrovellarmi su quale possa essere la pianta . Ma è lui stesso che mi trae dall’impaccio:  “ Se la volete vedere,   dopo andiamo da un mio conoscente , giù a La Rita , e ve la mostro da vicino “ .
Ci andiamo dopo circa un’ora, finiti gli innesti di Antonio. La pianta ,  un alberetto con un tronco un pochino contorto , esce con un’ansa  da un ciglione inerbito da festuche verdissime  che separa un frutteto da un castagneto inerpicato verso l’ alto. Non ha foglie, ma al suolo ne trovo alcune secche piuttosto integre . Sui rami che pendono verso terra  osservo dei grappoletti di frutti secchi , tra il marrone ed il rossiccio. Gli dico : “ Ma è il biancospino ? “  E lui :  “ Veramente noi qua lo chiamiamo calavrìce  , ma forse…  pensandoci bene qualche volta ho sentito pure qualcuno che lo chiama come dite voi, sì , insomma …biancospino. “
“ E dimmi, Rafele , hai fatto tanti innesti di pero su calavrice , e perché ti dà tanta soddisfazione ?”
“ Dottò , non tantissimi perché , vi ripeto, mica è facile trovare una pianta tanto grande da farci l’innesto , quella cresce piano piano, da quando è piccola ci vogliono almeno sei - sette anni per farla buona . Ma una ve la faccio vedere subito, sta proprio qua nella terra di Aniello capacotta , è una pera Carmosina “.
Ci avviamo superando alcuni bassi terrazzamenti sostenuti da blocchi di tufo verde, in una distesa  di annosi ciliegi, che nella zona allignano particolarmente bene.  Arriviamo al cospetto di un bellissimo albero di pero con la chioma  quasi fastigiata , regolare , piena di rametti carichi di brindilli e lamburde che già promettono per l’annata ancora non avviata  una fioritura ed una fruttificazione abbondante. Esamino la pianta alla ricerca del punto d’innesto , ma in maniera infruttuosa. Rafele se ne accorge , e sorride sornione con le braccia conserte , poggiando il peso del corpo ora su un piede e ora sull’altro .  
“ Dottò , e qua sta il bello !”    mi dice al culmine della sua sana esaltazione . “ Avete visto che bell’albero ? e per farlo così solo sul calavrìce bisogna innestare. Però dopo, quando l’innesto è pigliato, l’anno successivo, bisogna scippare  la pianta e ripiantarla più in profondità in modo che l’innesto stia sottoterra, altrimenti la pianta muore , campa poco.  Quasi sempre io innesto il calavrìce direttamente dove è nato , nella selva, poi l’anno successivo lo estirpo e lo trapianto dove serve: l’innesto deve stare almeno trenta centimetri sotto. “    
Penso tra me e me , senza dire niente a Rafele , che tra biancospino e pero vi è poca affinità d’innesto . Questo spiegherebbe perché l’innesto fuori terra muore, mentre interrato sopravvive. Il pero si affranca dal calavrìce emettendo sue radici nel punto d’innesto o anche più sopra , e ciò gli consente di sopravvivere, dopodiché il calavrìce può anche morire. Intanto, rifletto e giudico strana la cosa : anch’io mi sono assuefatto al nome calavrìce , tanto da non pensare nemmeno al biancospino!
Ma Rafele sembra avermi letto nel pensiero , e mi fa :  “ Questo innesto ha già dieci anni , se noi scaviamo troviamo ancora il tronco  del calavrìce, solo che è più piccolo di quello del pero. Il pero fa le sue radici , ma la pianta si nutre sia dalle radici del calavrìce che da quelle nuove del pero. Quando Aniello zappa, deve stare attento, ‘s’adda scurdà  di  essere capacotta   e non deve strappare né le une né le altre e la pianta sta bene”.
Bella , bellissima lezione quella datami da Rafele ! Sono incredulo. La simbiosi dell’innesto perfezionata dall’intervento dell’uomo che pone un rimedio ad una situazione altrimenti molto negativa. Stupefacente ! Al cospetto del contadino mi sento un tantino più piccolo , ma, diamine  ,  va bene , benissimo così!
“Ma perché questo innesto ti dà tanta soddisfazione ? “ gli indirizzo a bruciapelo.
“Non potresti innestare i peri su semenzali sempre di pero e ottenere lo stesso risultato ?”
“ Venite dottò , vi faccio vedere un’altra carmosina innestata su una pianta selvatica di pero nata in un vaso di fiori .“ E mi porta ancora più in alto in uno slargo usato solitamente per seminarvi fave, piselli , o pomodori in primavera. Da lontano si vede un albero  molto più grande del primo, con chioma molto alta ed espansa . Ci avviciniamo, noto il punto d’innesto a circa un metro da terra ,  senza imperfezioni di sorta .
“ Guardate che  soddisfazione : questo albero ha solo un anno in più dell’altro , fa una carretta di legna ogni anno e la metà delle pere dell’altro . E il sapore delle pere? Meglio non parlarne  , una saponetta ! Quelle dell’albero ‘nsertato sul calavrìce  hanno le guance rosse e  danno almeno dieci punti in  sapore a quelle di questo albero .”
Ormai sono convinto , Rafele è davvero una persona speciale: ad incontrarne tanti  così, che bella fortuna sarebbe ! Oggi mi sento un po’ meno ingegnere, e un tanto più architetto . Con tutto il rispetto per gli ingegneri, ovviamente …

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1. _ San Sebastiano. E’ infatti opinione comune tra i contadini che non si debba intraprendere alcuna operazione agricola nella festività di questo santo.
2. _ Innesto di pesco a scudetto

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LA SCHEDA FITOTERAPICA

Il biancospino è una delle piante di più antica conoscenza ed utilizzazione fitoterapica. Dal suo legno estremamente duro deriva il suo nome botanico Crataegus, dal greco “kràtaigos” = Forza, robustezza. La credenza popolare gli attribuisce virtù ed auspici ricollegabili alla fertilità ed alla speranza, in forza  delle quali, ad esempio,  i suoi fiori venivano usati nell’antichità per adornare i capelli e le vesti delle giovani spose  e le culle dei neonati per tenere lontano il maligno.
Tuttavia la notorietà di questa pianta è legata soprattutto alle sue innumerevoli applicazioni  fitoterapiche delle quali si riporta di seguito una breve sintesi, rimandando quanti fossero interessati ad un maggiore approfondimento ai numerosi testi specializzati in materia.
Incominciamo col dire che in pratica è tutta la pianta ad essere ricca di principi attivi utilizzabili, ma l’impiego pratico è rivolto soprattutto alle foglie, ai  fiori ed ai frutti , e molto limitatamente alle parti legnose del tronco e dei rami.
Le sostanze attive contenute nella droga ( costituita essenzialmente da foglie, fiori e frutti )  sono rappresentate soprattutto da favonoidi, leucoantocianidine, steroli, ammine, catechine, acidi fenolici ed acidi triterpenici e fenolcarbossilici. La estrema varietà delle sostanze attive e la loro variabilità sia qualitativa  che quantitativa legata a numerosi fattori di estrinsecazione , nel caso di questa pianta  fa bene individuare il concetto di fitocomplesso, ovvero un insieme di più sostanze ad attività fitoterapica singola , a volte cumulabile in maniera semplice , altre volte in maniera sinergica. Ciò nel mentre costituisce un pregio per la pianta relativamente alla sua molteplicità di efficacia nei confronti di numerose patologie e disfunzioni , rappresenta anche un limite per la esatta individuazione di un uso standardizzato  della sua droga.  
Al biancospino si riconoscono proprietà cardiotoniche specifiche utili nella correzione di modesti scompensi cardiaci , nelle insufficienze coronariche non gravi, nelle bradicardie e miocardie  di lieve entità. Altra importante proprietà del biancospino è quella vasodilatatrice a livello coronarico che apporta benefici effetti  soprattutto nelle afflizioni ipertensive acute in soggetti non gravemente compromessi a livello cardiaco.  Strettamente correlata all’attività vasodilatatrice è anche la proprietà antisclerotica dell’estratto di biancospino , elettivamente in associazione sinergica ad altri estratti fitoterapici . Collegabile direttamente  a questa sembra  anche la capacità della nostra pianta di contrastare efficacemente sia l’eccesso di colesterolo che di lipidi nel sangue ( ipercolesteroloemia , iperlipidemia ) con speciale riguardo ai soggetti anziani.
La maggiore notorietà del biancospino è tuttavia legata alla sue riconosciute proprietà ansiolitiche , sedative ed antispasmodiche  che rendono la pianta un aiuto prezioso nel controllo degli stati di ansia, nella irritabilità , nelle turbe del sonno accentuate da una riconoscibile matrice emotiva in soggetti particolarmente predisposti  a condizioni di ipereccitabilità. Nella preparazione di infusi e tisane, per tale specifico impiego, ci si avvale utilmente  dell’impiego combinato e sinergico di altre piante, tra cui la valeriana, camomilla, cedronella, passiflora, ecc.   
In ogni caso si raccomanda di evitare sempre e comunque l’uso del fai da te per scongiurare usi impropri e/o inopportuni . Ricorrere invece ai consigli di un esperto di riconosciuta qualificazione , con l’auspicabile supervisione del medico di base, è sempre la soluzione migliore  sia per un approccio corretto alla fitoterapia sia per prendere coscienza delle grandi  possibilità  e degli inevitabili limiti che a questa scienza  si possono riconoscere.    
   

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