HORTOFLORA by SE.A.C.

ISCHIA

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Storie intorno ad alcune piante singolari


(Tribulus terrestris L. , fam. Zygophillaceae, 50/50/1)  

La storia inizia un’estate, a metà  degli anni sessanta, quando tante famiglie napoletane ( i signur(i) ) venivano a  villeggiare ad Ischia per uno o anche due mesi. La scena  cui era dato assistere  più di frequente , specialmente all’inizio del mese  di luglio, era  il ripiegamento delle famiglie ischitane in case più piccole, adiacenti per lo più a quelle date in locazione , o il restringimento in un’unica camera  con a malapena un piccolo bagno ed una cucina rimediata sotto una tettoia o addirittura all’aperto, protetta da  materiali di fortuna. Era il sacrificio necessario per incamerare un piccolo gruzzolo che veniva buono per la magra economia di quelle famiglie  che tentavano, faticosamente , di venire fuori dall’indigenza.  Il tutto avveniva in concomitanza con l’arrivo di una seicento, al massimo una millecento,  carica di persone, bagagli e masserizie varie, queste per lo più stipate sul portapacchi montato sul tettuccio. Per noi ragazzi, anche se coinvolti in queste manovre  per dovere  di famiglia ( dare una mano !), era una vera e propria festa. Si aveva l’occasione di conoscere persone nuove, modi diversi di fare, con tutti gli annessi e connessi. L’estate si consumava  in massima parte sulla spiaggia. Ma anche lì i “signori” erano “signori” e spesso  tra noi ragazzi si frapponeva uno steccato invalicabile: da una parte noi indigeni  sulla spiaggia libera dei pescatori , stazionati per lo più all’ombra di una barca tirata a  secco, poveri in canna che è meglio non parlarne, dall’altro i figli dei “signori” sotto l’ombrellone dello stabilimento balneare. Ma si sa come vanno le cose : hai voglia di mettere ostacoli, quando i ragazzi vogliono stare insieme  non c’è niente che possa fermarli. E così , grazie a qualcuno di noi con maggiore presenza di spirito ,  non tardava a nascere l’amicizia con gruppi anche molto numerosi di coetanei napoletani. Una delle mie passioni più grandi era la lettura dei giornalini, e spesso anche dei gialli Mondadori. Ma comprarli era praticamente impossibile, cosa che invece non era preclusa ai nostri amici napoletani, i figli dei “signori” .  Non ci voleva molta fatica e neppure tanto tempo, dal loro arrivo, a farsi regalare  un certo  numero di quegli albi . Da qui poi scaturiva una fitta rete di scambi tra  noi del posto , che ci  portava a  spostarci  a piedi anche a distanze notevoli   pe’ fa a cagne i giurnalett(i)1.   La frase che accompagnava  questi baratti , anche molto complicati per il bilanciamento dei valori scambiati ( un TEX , ad esempio, valeva  due INTREPIDO , un ALMANACCO TOPOLINO ,valeva un MONELLO e due GUERRA D’EROI , e così via),  era del tipo : “Allora ci vediamo domani mattina alle otto e mezzo  per fare il cambio?  Ho un giornalino che manco ti sogni, tutto a colori, si chiama VAILLANT  ! Se lo vuoi prepara almeno  cinque giornalini buoni ! “  
Ma non c’era solo la spiaggia ed i giornalini : la partita a pallone non mancava mai , poi il flipper, il bigliardino, qualche tentativo di imitare il minigolf in spiaggia, le corse sulla scogliera con nuotata finale , le sfide a braccio di ferro  e una sottospecie di lotta libera sulla sabbia,  all’imbrunire. Enrico era il ragazzo napoletano la cui amicizia conquistai subito e poi ho conservato per tantissimi anni. Non si dava arie e soprattutto, insieme ad un nutrito gruppo di cugini e  altri conoscenti   napoletani,era molto attratto dal nostro modo di fare, dai nostri giochi nettamente bucolici, come pure dalle occupazioni di campagna che i nostri genitori ci assegnavano, ( pulire e dare da mangiare ai conigli, raccogliere frutta e pomodori, mettere e togliere le nasselle  di fichi secchi  dal tetto della casa, ecc.).  Noi da parte nostra facevamo il massimo per  non sfigurare al loro confronto, non tanto in spiaggia, ma nelle  uscite serali in loro compagnia. Spesso però il divario economico aveva la meglio sulle nostre buone intenzioni, ed a volte eravamo costretti a qualche rinuncia. Enrico ed i suoi amici, divenuti poi amici nel vero senso della parola ( non erano più di sei o sette in tutto) capirono presto questo nostro disagio che usciva fuori in circostanze particolari e nemmeno con molta frequenza, e facevano di tutto per aiutarci , al punto di unirsi a noi nel sacrificio , dirottando tutto il gruppo su scelte più abbordabili. Se ne parlava, e si trovava sempre una soluzione alternativa soddisfacente per l’intero gruppo. La cosa prese una piega sgradevole , quando una sera, passando vicino ad una pizzeria, incrociammo un gruppo di ragazzi, conoscenti di Enrico ( ma non amici), che presero a provocarci in maniera molto pesante:   “ Enrì , vienetenne cu’ nuie  , staie ancor(a) cu sti muorte e famme ?  Nunne e vide ca’ nu ‘ tenene  manc(o) l’uocchie pe chiagnere ?   Iamme , viene  ccà addo’ nuie,  ca’ doppe  ce ne  iamme a divertì o Monkey  bar 2“ . Enrico divenne la mortificazione  in persona. Dopo un primo momento di sbandamento si avvicinò a noi, e presomi sottobraccio , a voce alta e con tono risoluto rispose al provocatore : “ Meglio, molto meglio la compagnia di questi miei amici , che quella di uno s…. come te , e si tiene curagg(io), iesce fora  e facce vedè  che  si capace e  fa(re)3 “.  Profferì queste parole con tale risolutezza e senza tentennamenti , tanto da lasciare stupito anche me .  L’altro , evidentemente un codardo patentato, non ebbe quel coraggio invocato da Enrico e si guardò bene dall’uscire, ma ribattè : “ Ma io pazziave , si staie cuntent cu chiste  amic(i) tuoie , allora statte buone … , po’ ce verimme!4 “ – e sottolineò particolarmente quest’ultima frase.  Quella sera noialtri tutti  andammo  in pizzeria,  e senza nessun problema.  Passarono poi due giorni di relativa tranquillità, la solita routine , ma niente affatto noiosa.  Poi, al terzo giorno, di mattina, venne Enrico, e già dalla faccia mi resi conto che c’era qualcosa che non andava. Chiesi subito spiegazioni  e lui a fatica incominciò a confidarsi : “ Sai, quello dell’altra sera, sì… insomma  Ciro Perretta , quello con cui mi sono  appiccicato , pecché  facett o guappo cu nuie5, stamattina l’ho incontrato e voleva soddisfazione da me. Mi ha detto che devo stare con loro , e che con voi si vuole togliere uno  sfizio… “ .  Alla mia richiesta  di maggiori spiegazioni , il mio amico mi rassicurò dicendomi che
l’aveva mandato a fare in …,  e gli aveva detto, poi, che lo sfizio se  proprio se lo voleva togliere , c’erano  tanti modi … . Il Perretta gli aveva chiesto spiegazioni, ed Enrico gli aveva risposto che gliele avrebbe fornite, sperando che si scoraggiasse , ma quello aveva accettato :  “ Va bbuone ! Famme  sapè  stà proposta  vosta, cca po’ ce divertimme  ! “   
Ed io : “ E allora ? “   “ Allora , dobbiamo inventarci una sfida con loro.”
“Se a quello dobbiamo dare una lezione – feci io piuttosto incazzato – sono pronto, posso andarci anche adesso a dargliene quattro !”   “ Calma, calma- ripose Enrico - io non penso ad una sfida  a botte. Penso invece ad una specie di competizione sportiva  . Che ne pensi ? “    “Penso che… forse si può fare !  Anzi  senza quel forse . La facciamo , sempre che loro accettino !”
A sera facemmo gran consiglio con gli altri del gruppo . Spettava a noi fare la proposta , e dovevamo  inventarci qualcosa.  Enrico suggerì di sceglierci  tre , al massimo quattro  tipi di gare diverse  in cui ci sentivamo particolarmente forti. La stessa cosa avrebbero fatto i nostri “ nemici “ , dopodiché si poteva procedere alla scelta di non più di  cinque competizioni, in modo che il gruppo vincente sarebbe uscito con tre su cinque vittorie.  Si potrà fare – aggiunsi io- che ognuno dei due gruppi , dalle gare indicate ne sceglie  una obbligatoria per gli altri, in modo che ne rimangono altre tre. Queste tre vengono sorteggiate tra tutte quelle dei due gruppi messe insieme. La proposta fu accettata. Noi indicammo  le seguenti competizioni : 1) corsa sulla scogliera, con tuffo a mare  e nuotata fino a riva, con due ragazzi per ogni gruppo, uno per correre e uno per nuotare, che si davano il cambio alla fine della corsa sulla scogliera, come gara obbligatoria;   2) Braccio di ferro, al meglio di tre scontri  su cinque, tra due concorrenti di pari peso ;  3) partita di calcio, cinque contro cinque , con due tempi di  30 minuti ciascuno; 4) corsa a piedi nudi, con un carico in spalla di sei chilogrammi circa , un sacchetto di sabbia ,   in un percorso di campagna  tracciato da noi  e della lunghezza di circa  seicento passi , da ripetere tre volte, con partenza ed arrivo allo stesso posto, con cinque concorrenti per gruppo e vittoria del singolo che arrivava per primo al traguardo.   I nostri avversari indicarono come gara obbligatoria la lotta libera fra pari peso sulla spiaggia al meglio di  quattro scontri, con due concorrenti per gruppo. Come noi poi indicarono sia la partita di calcio che  il braccio di ferro  a cui aggiunsero il tiro alla fune . Alla fine delle operazioni di sorteggio , alle due gare obbligatorie si aggiunsero , tra quelle indicate da noi  la gara  di corsa a piedi nudi. Le altre due  furono:   Il tiro alla fune  con i due gruppi contrapposti  , otto contro otto , senza tenere conto del peso; e per ultimo ,  il braccio di ferro.  Ci accordammo per una giuria di quattro persone adulte , due per ogni gruppo, che avrebbero fatto anche da arbitri.  Decidemmo di iniziare dopo quattro giorni , in modo da far coincidere il tutto con i giovedì, il venerdì , ed il sabato. Quanto alla  sequenza della gare, si iniziava  con il braccio di ferro  il giovedì  mattina  al  bar Cape e fierro alla spiaggia dei pescatori.  La sera stessa appuntamento allo scugliariello per il tiro alla fune .  Venerdì  mattina era  in programma  la lotta libera. Nel pomeriggio invece, meno affollato, la corsa sulla scogliera  con nuotata fino a riva.  Ultima, la gara di corsa con peso in spalla ed a piedi nudi, fissata per sabato nel tardo pomeriggio.
Non iniziammo per niente bene.  La gara di braccio di ferro a cui partecipò il nostro Pasqualino, ci vide perdenti , non senza alcune recriminazioni per certe mosse dell’avversario da noi ritenute irregolari , ma non dai quattro giudici, un pochino intimoriti dalla claque dei nostri avversari.  Le cose non andarono meglio con il tiro alla fune , a cui partecipammo , insieme a gran parte del gruppo, anche io ed Enrico.  Purtroppo dall’altro lato si presentarono quattro bestioni da quasi cento chili ognuno ! Lottammo allo spasimo ed ad un certo punto sembrò , per un istante, che potessimo avere la meglio, ma lo sforzo immane profuso fu l’ultimo atto prima della resa.  Non vi dico quello che fece e disse il guappo, quel Ciro Perretta , ora nemico mio e di Enrico. La terza gara era per noi decisiva, non potevamo sbagliare, ed infatti non  sbagliammo: alle nove del mattino  dovevamo essere pronti per la  lotta libera . La nostra coppia era costituita da Enrico e da Roberto. I nostri avversari  , che in teoria dovevano essere di pari peso , in realtà erano entrambi più pesanti dei nostri. Uno in particolare aveva un vantaggio di almeno dieci chili su Enrico e quattro-cinque su Roberto. Si fecero gli accoppiamenti. Enrico , stranamente scelse proprio l’avversario più pesante , perché – disse -  lo conosceva bene  e sapeva comme aveva piglià6  .  Sarebbe stata, quella, la seconda coppia a combattere.  Iniziò Roberto con Faustino, un ragazzo dai capelli rossi  e riccioluti. Non c’era limite di campo ed  il vincitore era colui che riusciva a schienare  l’avversario.  Roberto riuscì ad avere la meglio  sull’avversario nei primi due scontri che durarono pochissimo . Poi Faustino tirò fuori alcuni numeri a sorpresa  e vinse i due scontri successivi : Roberto lo aveva sottovalutato e aveva pagato a caro prezzo  la sua disattenzione. Ora la partita era nelle mani di Enrico, che non aveva un fisico eccezionale , ma era molto svelto e ,soprattutto, parecchio scaltro nel prevedere le mosse dell’avversario. Ci preoccupava molto   il divario di stazza tra i due.  Infatti nel primo scontro , che durò ben sei minuti e mezzo, Pino, il ragazzone napoletano contrapposto ad Enrico, sembrava dovesse prevalere, e così avvenne. Nel secondo scontro il nostro Enrico stupì tutti con una torsione del braccio sinistro che abbattè, seduto,  l’avversario al suolo , che poi fu schienato  con un balzo gattesco del nostro che non ammise nessuna replica.  Era ancora parità assoluta. Il terzo scontro fu ancora più lungo del primo . La vittoria giunse dopo un tentativo di schienamento fallito da Pino solo per l’agilità di Enrico che, divincolatosi in extremis , riuscì a capovolgere la situazione a suo favore e a prevalere sull’avversario.  Il quarto e ultimo scontro era decisivo  sia per la gara del giorno che per l’intera contesa. Enrico era stanchissimo, ma ebbe la forza di bisbigliarmi all’orecchio  : “ Vuoi vedere  che in quattro e quattrotto lo stendo ? “    “ Fammi vedere – gli risposi – vai !”
Mai previsione fu più azzeccata ! L’avversario di Enrico era statico, fermo sulle gambe e ansimante. Enrico gli trotterellava in giro e di tanto in tanto  tentava un attacco,  ritraendosi poi di scatto. Non dava punti di riferimento all’avversario il quale pensò, forse, che la cosa potesse continuare così ancora molto a lungo. Si caricò così tanto di nervosismo che ad un dato momento si precipitò su Enrico nel tentativo di afferrarlo. Ma non trovò la presa .Trovò invece il piede sinistro di Enrico che agganciò il suo destro e, poi, la mano  destra che afferrò l’avambraccio sinistro del povero Pino, a cui inferse una rotazione fulminea  dal basso verso l’alto. Il ragazzone napoletano in un attimo si ritrovò con il posteriore insabbiato e nel contraccolpò si morse pure il terzo anteriore della lingua, con gran dolore e piccola ferita.  Un attimo dopo giaceva con la schiena stirata totalmente nella sabbia , dove affondava pure la testa, voluminosa come un cocomero maturo. L’esultanza di Enrico fu superata solo dalle grida e dai salti  di giubilo di tutti noi del gruppo! Ora la competizione era  riaperta :  due ad uno per loro, ma con ancora due gare da affrontare.
Quarta gara :   alle diciotto di pomeriggio  eravamo pronti , nel punto di attacco della scogliera  che dalla spiaggia dello scugliariello si protendeva verso il mare aperto.  Sulla scogliera avrei gareggiato io che ero abituato da sempre a correre e saltare per parracine e pietre dell’arso . Sulla punta della scogliera era pronto Enzo che al mio tocco di mano si sarebbe tuffato per raggiungere a nuoto la spiaggia e corso poi fino al traguardo situato nello stesso punto della partenza.  I nostri avversari fisicamente erano ben piazzati, ma non avevano speranze. Al via diedi un poco di vantaggio, tre o quattro metri, al mio competitore , un ragazzo basso e magro dall’aria decisa.
Poi innestai la quarta , e saltellando rapidissimo sugli spuntoni degli scogli , zigzagando in maniera vertiginosa, giunsi in meno di due minuti all’appuntamento con la mano di Enzo. Il ragazzo napoletano  giunse all’appuntamento con il suo amico nuotatore quando Enzo aveva già percorso circa un terzo del suo cammino. Ma il nuotatore napoletano era uno tosto e, tuffatosi , riuscì a rosicchiare buona parte del vantaggio. Dalla scogliera noi del gruppo ed i nostri supporter (che non erano pochi ) spingemmo letteralmente Enzo in avanti con le nostre grida di incitamento. Così giunse al traguardo con  circa cinque metri di vantaggio sul suo avversario. Fu una gara bellissima e senza inganni . Persino  Ciro il guappo sembrava essersi entusiasmato per la gara non facendo troppo caso alla sconfitta dei suoi: forse l’aveva già bella e prevista!
La quinta ed ultima gara era decisiva per l’esito della contesa. Era tra quelle indicate da noi  e non potevamo fallire. I nostri avversari  si erano allenati nei giorni precedenti a correre scalzi. Avevamo  saputo  dell’arrivo  da Posillipo di un ragazzo , fatto venire apposta per l’occasione, e che era abituato a quella condizione, e di averlo visto all’opera insieme ad altri del gruppo . Era l’unico che poteva darci qualche problema perché noi eravamo pratici del luogo e conoscevamo ogni centimetro del percorso.  Oltre a me, facevano parte del quintetto solo ischitani :  Enzo , Raffaele, Salvatore  e Peppino.  Il percorso era tutto pianeggiante , tranne un tratto in leggera pendenza  nella parte intermedia , da percorrere in salita . Si snodava nella zona dello Schiapparo  in mezzo ai terreni coltivati e ad una vecchia cava di pietre.  Nel gruppo avverso c’era anche Ciro il guappo, oltre al nuovo arrivato da Posillipo, ed altri tre ragazzi. Fecero un estremo tentativo  di rimediare alla loro palese inferiorità, chiedendo per tutti l’uso delle scarpe. Ovviamente ci rifiutammo di aderire alla proposta, ed alla fine sulla linea di partenza, presente la giuria, eravamo  pronti alla sfida. I sacchetti di sabbia furono preparati per tempo riempendoli al mattino sulla spiaggia, usando una bilancia prestataci da un fruttivendolo.  Noi escogitammo il sistema di tenere il sacchetto in spalla come uno zainetto : ovvero applicando ad esso una coppia di cordini a formare due spalline  di lunghezza adeguata allo scopo assicurati in alto alla chiusura del sacco ed in basso ai due angoli del sacchetto. Per fare questa operazione impiegammo non più di tre minuti. Ma Ciro il guappo protestò con la giuria pretendendo la partenza immediata. Richiesta respinta a maggioranza dai giudici perché la partenza era stata fissata per le 18, 30 , e si era ampiamente nei  margini. Ci rendemmo disponibili ad applicare anche  ai loro sacchetti i cordini , in modo da correre nelle stesse condizioni . Ma il guappo rifiutò sdegnoso, dicendo che comunque loro avrebbero vinto  la gara. Anche lui faceva parte del gruppo dei corridori.   Si partì dunque all’orario stabilito. Noialtri con le mani libere  loro con i sacchetti alla mano , o in spalla.   Nel primo giro  prendemmo agevolmente  la testa della corsa in quattro :  io,  Enzo , Salvatore e Peppino.  Dopo di noi , non molto distanziati , due ragazzi napoletani , tra cui l’ultimo arrivato apposta per la gara. Raffaele era posizionato appena dietro di loro. Il guappo era nel gruppo di coda.  In effetti avevamo concordato quella  mossa per tenere tutto sotto controllo . Al secondo giro si andavano già manifestando i segni della stanchezza  nei ragazzi napoletani, non abituati né al peso in spalla né tantomeno alle corse a piedi nudi : due di loro si ritirarono, ma non il guappo che, anche se in grossa difficoltà, proseguiva disperatamente  più sulla spinta della rabbia per la sconfitta che ormai si delineava netta, che non per un sano spirito agonistico.  Tra i nostri solo Raffaele  dava segni di cedimento, ma nonostante tutto proseguiva imperterrito nella corsa. Per lui non era un problema correre a piedi nudi, quanto piuttosto  la tenuta atletica che non lo sorreggeva, a causa del sovraccarico del sacchetto di sabbia. Enrico, che solo da poco aveva provato l’ebbrezza dei piedi nudi, si era offerto di sostituirlo, ma per Raffaele era un punto di onore partecipare a quella gara , tanto più per dimostrare al guappo  che i “ selvaggi” , come a volte ci aveva apostrofato con disprezzo , erano più forti  e tenaci di lui. A metà  del secondo giro  eravamo saldamente in testa . Il più forte dei napoletani tentava di resistere, ma ormai non lo vedevamo più . Raffaele lo seguiva a circa cento metri di distanza. Dietro di lui il guappo e l’altro napoletano.  Poi Raffaele  riuscì anche a superare il napoletano che lo precedeva e da lontano richiamava la nostra attenzione:  “ L’ho superato , adesso siamo tutti avanti ! “.
Iniziammo il terzo ed ultimo giro , quando all’improvviso sentimmo delle grida  che riecheggiarono appena dietro di noi , in maniera anche insistita:  “ Aiutooo  ! Aiutoo …  mannaggia i muorte e chi l’è muorte …, aiutatece  !”   Poi il silenzio. Ci fermammo un attimo , e decidemmo in maniera frettolosa che uno di noi sarebbe tornato indietro  per vedere cosa era successo  mentre gli altri avrebbero proseguito per terminare la gara. Temevamo uno stratagemma del guappo per infilarci di sorpresa  e vincere così la gara. Raffaele tornò indietro , non senza protestare.  
Noi proseguimmo la corsa e giungemmo al traguardo dopo circa tre minuti. Trovammo solo uno dei membri della giuria, gli altri, compresi gli improvvisati spettatori ,  tutti insieme , erano accorsi alle grida di aiuto. Liberatici dai sacchetti di sabbia, e rimanendo scalzi, ci avviammo anche noi nella direzione da cui erano provenute le imprecazioni  e le richieste di aiuto . Non ci volle molto a capire cosa era successo: il guappo e i due suoi degni compari stavano fermi , con le  mani sulle ginocchia ed il capo reclinato , in mezzo ad un campo ricoperto da un praticello apparentemente innocuo. Cosa era successo ?  Vista ormai compromessa sia la gara che l’ intera competizione, il guappo aveva ordinato di tagliare in diagonale il campo e così guadagnare con quella scorciatoia almeno  centocinquanta metri del percorso e , quindi , ritrovarsi poi appena dietro di noi e tentare  un disperato recupero per vincere la gara confidando sul fattore sorpresa. Ma il campo della Cardessa  era  pieno zeppo  di vasapiere  o, per essere più comprensibili , di baciapiedi , una pianta strisciante che produce dei frutti tondeggianti con tre o quattro spine molto acuminate, su cui mai  e poi mai è consigliabile mettere i piedi nudi.  E loro c’erano cascati in pieno!  Del resto i loro piedi   , già martoriati dalla lunga corsa  su sassolini, sterpi , foglie secche e cose varie, appena ebbero a posarsi su quell’ infido groviglio spinoso , furono talmente offesi da  procurarsi estese ferite sanguinolente.  Raffaele ci era venuto incontro e rideva di gusto : “ I vasapiere, i vasapiere, so fernute  ‘ncoppa e vasapiere , ah, ah,ah, ah … ch(e) strunze, che strunze che songhe … Hamme vinciute, hamme vinciute! “Noi non riuscimmo a capire , e ripigliammo a correre per arrivare sulla scena  dell’incidente. Giunti che fummo, ci si presentò una scena tragicomica :  una cornice di persone che ridevano a più non posso, tutti intorno al campo della Cardessa . Quasi al centro di quello, Ciro il guappo ed i suoi due compagni , prostrati dalla fatica e immobili. Non avevano nemmeno più il coraggio di chiedere aiuto. Io ed Enrico ci guardammo in faccia per un istante , senza ridere e senza profferire parola . Poi dopo un muto  cenno di assenso  chiesi il silenzio ai presenti con un grido e rivoltomi al gruppetto in difficoltà dissi: “ Ciro , stammi a sentire , salite con i piedi  ognuno sul vostro sacchetto di sabbia. Intanto noi recuperiamo gli zoccoli e veniamo in vostro aiuto. Inaspettatamente  ci giunse una risposta immediata : “ Va bene, va bene , ma fate presto, e portate anche una bottiglia di acqua! “.  Andammo in tre in loro aiuto , ad ognuno il suo . Io andai dritto dal guappo , Enrico e Salvatore dagli altri due. Li soccorremmo  facendoli appoggiare alle nostre spalle, dopodiché aspergemmo di acqua pulita i loro piedi , li facemmo bere  a sazietà  e demmo loro delle ciostole di plastica per guadagnare il sentiero. Prima di andare dissi a tutti di allontanarsi discretamente , e soprattutto di non dare fondo agli sfottò . Ci fermammo poi con i feriti all’ombra del vicino bosco di lecci e , fattoli sedere su dei massi , provvedemmo a disinfettare  i piedi con acqua ossigenata.  Il guappo ora era molto meno guappo  di prima. Non parlava , ma nei suoi occhi balenava  una luce strana, non di frustrazione, quanto di  una vergogna sorda e silenziosa , che aspettava solo di sfogare in pianto : un pianto che era frenato solo dall’orgoglio della persona ferita  che non vuole esibire la sua debolezza al nemico. Ma quale nemico poi ? Io, Enrico, Raffaele, Salvatore , e gli altri nostri amici ischitani e  napoletani ? No !  Forse in quel momento Ciro il guappo avrà considerato che il suo vero nemico era lui stesso .  Fummo soli per un istante . Ne approfittò  per mettermi una mano sulla spalla e dirmi :  “ Hai vinto, avete vinto , avete vinto bene ! Io , io ho perso, ho perso male , molto male ! Non solo la gara ho perso, ho perso anche la faccia !  Ma non avrò bisogno di rivincite ;  semmai avrò bisogno di riflettere un poco sulle cose che dico e che faccio . “   Rimasi tutto quel tempo, che mi sembrò lunghissimo, senza parole , senza sapere che dire o che fare . Mi soccorse lui :  “ Enrrì , viene cca’  , t’haggie  ricere na cosa pure a te, iamme viene! “  Venne di corsa Enrico, tranquillo  e con sguardo neutro da cui però traspariva un’aura di remota , inconscia speranza.   “ Enrrì , io  nunne o saccio comme haggia dicere ! Insomm(a), io hogge  tenghe l’uocchie pe vedé   e i recchie pe sentì :  Chist(o) amic(o )  tuoie è na brav(a) perzona  , e io numme o crereve , ma hogge  l’haggie capit(o) buone assaie!   E haggie chiede scus(a) a te e a isso , pe tutte chelle c’haggie cumbinat(e) “!  Io ed Enrico ci guardammo in faccia e finalmente potemmo liberare un bel sorriso , che rivolgemmo prontamente all’ ex guappo.  Poi presi io la parola e dissi:  “ Sient(e) Ciro , ma che ne dici se domani sera  tutti insieme ci vediamo nella mia campagna per una bella spaghettata al sugo di coniglio ? “   “ E comme , no …  fu la sua risposta -  ci vuole proprio dopo tutte queste fatiche !”
A distanza di anni , con Raffaele e gli altri amici ricordiamo sempre quell’episodio come il giorno dei baciapiedi , e chi ci ascolta e non conosce la storia invariabilmente domanda incuriosito :” Il baciapiedi ?  Ma forse volete dire il baciamani ! “  
Poi finalmente ci soccorrono  gli studi di botanica di Peppino, iscritto al corso di Scienze Naturali alla Federico II di Napoli che, preannunciandoci di aver superato l’esame di botanica , ci consegna un foglietto con su scritto : Fam. Zigophyllaceae- genere  Tribulus;  specie Tribulus terrestris . Pianta detta volgarmente  detta anche tribolo, baciapiedi , per i frutti carnosi ed aculeati che produce; Erbacea annuale, strisciante ….. ecc. ecc.
Viva il baciapiedi !     


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