HORTOFLORA by SE.A.C.

ISCHIA

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Storie intorno ad alcune piante singolari




( Solanum esculentum, fam. Solanaceae ( 55/56/3) )  

Hai voglia di fare progetti , di sognare ad occhi aperti raccolti miracolosi  e di dare il meglio di te  nei tempi e nelle maniere  giuste per fare in modo che quegli intenti si traducano  in realtà . Così ragionava tra sé  e sé Pasqualino  che già da Natale incominciava  a pensare alla semina dei suoi pomodori, di cui in estate aveva selezionato accuratamente tutte le razze. Quello che lo stregava di più era il ricordo , che gli riaffiorava prepotente nei freddi mesi invernali , del colore rosso vivo  e lucido delle loro bacche . Era quasi una promessa per quel caldo che era lontano da ritornare e che ora anelava quasi con bramosia.  “ La salsa viene molto più buona se ammisc(o) pummarol(e) cu’ pizz(o), cu chelle a cachiss(o) , e si ce sta pure chella a fiaschell(a) e chella ricc(ia) , comme  e  chiamman(e)? , i palermitan(e)!”  Parlava   con il suo vicino di terra Michele come se parlasse a se stesso , a volersi confermare nell’intento. E quello approvava  tutto , e aggiungeva il suo: “ Io ci metto pure i pummarole a ciente schiocch(e)  e quelle   a patanell(e), che ne fanno veramente assaie e sono molto saporite,  e po(i) ammesch(e)  a  semment(e) mbaranz(a) primm(a) ra semmenà , ma no a uocchie ! Mett(e)  tutte a stess(a) mmesur(a):  nu cucchiar(e) p(e)  ogni razza, accussì  non posso sbagliarmi. Hai voglia di fare progetti , dicevamo . Pasqualino aveva fatto tutto per bene : i semi li aveva ben custoditi in piccoli cartocci  legati accuratamente con spago, per poi riporli in una vecchia scatola di biscotti al riparo dai topolini. Ad ognuno aveva fatto scrivere all’esterno dalla  figlia Lucia il nome della razza con una penna nera. L a ragazza aveva , di suo,   in gran parte italianizzato quei nomi dialettali che il padre andava via via dettandogli. Ma ciò non comportava nessun problema perché all’occorrenza era in grado di fare l’operazione inversa. La moglie Titina sbuffava  perché secondo lei sarebbe bastato  mischiare tutti i semi già in partenza , invece di perdere tempo a fare tutti quei cartoccini . Ma Pasqualino non ne voleva sapere :  “ Devo conoscere fino all’ultimo quali e quante razze tengo, e tu pensa a cucinare, che manco quello  sai fare tanto bene  !“ – gli rispondeva spesso stizzito.  Il posto prescelto per fare la piecia era sempre lo stesso  , a ridosso del muro della cantina esposto a sud, quindi molto caldo e riparato dai venti. Ogni due anni Pasqualino provvedeva  a rimuovere la parte superficiale del terreno ed a sostituirlo con altro nuovo che prelevava sul fondo di una grotta di pozzolana che si trovava poco distante dalla cantina. Diceva che la terra nuova era come una medicina per le piante , che vi crescevano più sane e robuste . Quello era l’anno del rinnovo , già fatto dal mese di novembre. Il letame maturo lo avrebbe preso dalla fossa che stava accosta  alla parracina a mezzo tra il pollaio e le gabbie dei conigli. Avrebbe tolto il cappello di  materiale recente e paglioso , e andato sul fondo per prelevare quello più scuro  e friabile. Lo avrebbe poi setacciato con il crivo largo, quello ormai in disuso per vecchiaia ed usato per l’arill(e) ,  per togliere stecchi di legno, sassi e altre cose che alla rinfusa vi stavano mischiati. La terra fina per coprire il seme l’avrebbe fatta sempre con la pozzolana della grotta , setacciata questa volta con il crivo stretto, ma mischiata con la sabbia lavarina  che dopo ogni pioggia raccoglieva dalla vicina strada comunale. La pozzolana , rossa e consistente,   era molto buona perché non c’erano dentro semi di piante selvatiche che si ammischiavano ai pomodori.  Un bel telaio di vecchi pali di castagno e canne , infine,  aveva approntato per stendervi sopra un telo di plastica trasparente che doveva proteggere le giovani piantine dal freddo. Era la vigilia di Natale . Pasqualino aveva atteso quel giorno  con trepidazione e ora si accingeva a compiere l’atto cruciale: la semina !  aveva prelevato tutti i cartocci dalla latta di ferro e la figlia Lucia gli aveva confermato che tutte le razze  c’erano, leggendo i nomi (non sempre decodificati ! ) sugli involtini.  Poi l’ ammisco   : operazione delicata e piena di un significato quasi liturgico nella quale nessuno poteva interferire.  “ Si deve fare  bene – diceva a Michele- perché quando poi  si spastinano  le chiante , anche loro sono tutte mescolate per razza, così poi si fa un buon miscuglio di pomodori come Dio comanda !”
Al  cospetto del letto preparato per la piecia ben concimato, amalgamato e livellato con ripetuti passaggi di un vecchio rastrello, Pasqualino come un gran sacerdote amava stare da solo: forse a labbra strette pronunciava anche qualche preghiera , più che suppliche e spergiuri contro la mala sorte.  Aveva rispettato la mancanza  di luna e quello non era il giorno di S. Sebastiano , era perciò molto tranquillo da quel punto di vista. Aveva fatto anche molta attenzione a non far toccare a qualche donna con le regole  i pomodori nelle varie fasi di preparazione, dalla raccolta  fino all’allestimento finale della semenza , per cui anche su quel fronte non aveva di che preoccuparsi. Temeva però le zoccole ed i topolini campagnoli che potevano fare incetta dei semi. Per questo aveva già da qualche settimana prima provveduto ad apparare una ventina di chiancarole  e trappolelle , usando come esca  i fichi secchi di cui i roditori sono molto ghiotti. Tutto intorno al semenzaio, a circondarlo interamente , avrebbe sistemato una vecchia rete che un pescatore del  ‘uagno , Pierino  , detto o  zuppariell(o) per via di una zoppia che si trascinava dall’infanzia a seguito di un incidente , gli aveva regalato in cambio di una damigianella di vino e due, tre cotte di fave secche . La rete avrebbe  tenuto lontani i gatti che sotto la copertura avrebbero sicuramente cercato un caldo rifugio notturno.
“Per me ne occorrono almeno cento vranche - rimuginava senza distrarsi – poi per gli amici , i parenti  e qualche scassac… che non manca mai, ce ne vorranno almeno altre trenta …! “. Manco a dirlo, questa volta aveva allungato  il semenzaio di un buon metro per tenere conto di tutto quanto. E aveva conservato  anche una piccola scorta di semenza , non si sa mai occorresse per emergenza !  Iniziò quindi a distribuire a spaglio i semi , con calma attenzione , meticolosamente  e ritornando spesso sui suoi passi ora per dare altro seme dove riteneva essere troppo rado, ora per rimuoverne un tanto dove avesse ecceduto. Alla fine, rimirando il tutto con intima soddisfazione , ma riguardando ancora più di una volta  tutta la piecia nel caso occorresse ancora un ritocco , si diede subito da fare per ricoprirlo con la terra già setacciata in precedenza e mischiata a dovere con la lavarina. Di una vecchia cazzuola tutta ruggine  si serviva  per tale operazione . Invano la figlia Lucia ne aveva acquistata una nuova :  l’aveva subito messa da parte per non so quale difetto, a sua detta,  che non la rendeva idonea a quella bisogna. Fece , Pasqualino, tutto  con un piglio severo , quasi maniacale, astraendosi completamente dal mondo esterno. Trovò un poco di tranquillità solo quando, dopo aver provveduto ad una abbondante innaffiatura , chiuse accuratamente  tutta la piecia   con il telo di plastica e la vecchia  rete da pesca. Michele lo raggiunse  che si era già quasi all’imbrunire . Si sedettero tranquilli sul muretto della vasca della surfata , proprio davanti alla cantina  e si diedero al loro  svago preferito : chiacchierare  !  Su tutto ciò che veniva loro in mente in quel momento , anche di quello che aveva fatto o detto il sindaco , di come andavano le cose in paese , e così via, fino alle cose che ognuno di loro avrebbe fatto il giorno successivo. Non era infrequente che in tali occasioni si unissero altri compagni del vicinato , cosa che inevitabilmente faceva aumentare  il tono e la veemenza delle discussioni. Il vino che non difettava mai in quelle occasioni , era il combustibile perfetto per quella allegra compagnia.
Nei giorni e nelle settimane successive  Pasqualino si sarebbe dedicato   alla cura della piecia : massimo due volte a settimana l’acqua nei primi tempi, poi via via con la crescita delle piantine, a giorni alterni. “ Ho fatto preparare a Ciccio  lo stagnino  una  bella prolunga del tubo dell’innaffiatoio , stretta e con  una piccola curva in punta -  aveva annunciato entusiasta a Michele nei giorni precedenti - così posso   dare acqua alla piecia senza bagnare le foglie delle pummarole !”  Il verderame per la  prnospr(a) ogni otto giorni , ma con l’innaffiatoio per disinfettare anche il terreno. Nelle giornate più belle e calde,  a mezza mattina, l’apertura del telo per far prendere aria  e, nel pomeriggio, all’occorrenza   l’annettat(a) dell’erba cattiva , soprattutto della muruviglin(a) e dell’ ardica che crescevano nonostante la terra nuova della grotta della pozzolana.  “ In certe parti mi è sfuggita più semenza del dovuto ! “,  – si rammaricò con la moglie Titina e la figlia Lucia, al momento del pranzo. - La chiantimma è cresciuta come i peli !  Per non farla spigare dovrò allascarla adesso che sono piccole piccole. “All’inizio di marzo avrebbe fatto una bella ingrassata con un brodo di letame di gallina e coniglio messo a maturare in un vecchio tino di legno almeno venti giorni prima.
Le cose andavano a meraviglia !  Le piantine crescevano rigogliose e robuste.  “ Per vedere se una piantina di pomodoro  è  bbon(a) – andava facendo lezione ad un gruppetto di amici a cui mostrava con orgoglio la sua piecia – dovete estirparla e guardare per prima cosa le radici : se queste songh(e) assai(e) ,  belle toste  e bianche, va bene . Poi dovete osservare il colore del fusto : se in basso è viola e diventa via via verde in alto, va ancora bene. Per ultimo dovete fare una prova decisiva :  Piegare la piantina in due tra le dita , fino a far toccare le radici con le foglie. Se le piantine sono buone  non si devono spezzare,  e lasciata la presa si devono nuovamente raddrizzare !”.  Tutti lo ascoltavano con attenzione e scambiandosi in silenzio  cenni ed esclamazioni  di assenso,  gli confermavano quella stima che mai nessuno si era sognato di mettere in discussione.   
Ma quell’anno c’era un’insidia che si approssimava  e contro la quale ne Pasqualino ne gli altri contadini dell’isola erano attrezzati :  a ferramm(a) !  S’era  agli ultimi giorni di marzo ed il clima era decisamente  tiepido . Gli alberi da frutto erano tutti fioriti  e nelle campagne si respirava già l’aria  pasquale. Si raccoglievano fave, piselli ed i primi carciofi  ,  ovunque una profusione di fiori ed erbe che crescevano a vista d’occhio , con un brulicare di farfalle , api, bombi e tutto il campionario degli insetti , comprese le lucciole che quell’anno si erano ripresentate già numerosissime . I primi uccelli  di passo, capemaglie , culaiangule, petrarozzole, colarosse, scellaiattule , zippafierne, migliarine, e favaiole, facevano delle comparsate veloci  sulle cime delle canne dei vigneti e nel pomeriggio già caldo, muschiavan(o)  per ricostituire le loro energie prima di riprendere il  volo verso le terre del nord, sottraendosi così all’insidia delle trappolelle disseminate nei campi lavorati di fresco. I cacciatori attendevano con impazienza  a trasut(e) delle quaglie per mettere alla prova la loro destrezza e la bravura dei loro cani , molti dei quali alla loro prima esperienza dopo  alcuni mesi di addestramento con fantocci piumati.
Le avvisaglie del freddo in arrivo non furono efficaci e quindi non percepite a sufficienza dai contadini. Le serate troppo limpide, la mirabilia del cielo stellato e quieto, l’assenza di vento  e le copiose rugiade notturne, non furono viste come l’anticipazione di un piccolo disastro incombente, quanto piuttosto la buona  promessa di raccolti copiosi e di buona qualità. Solo Gesualdo andava profetizzando che fa tropp(o) caur(e), ca’ u tiemp se po cagnà a nu mument(o)  a l’autr(o) , e ci fa un guaio a tutti quanti ! Ma nessuno lo ascoltava  , nemmeno Pasqualino che tra tutti era quello più cauto ed attento alle bizzarrie del tempo.  Già si preparava, lui, ai primi trapianti  ed aveva ormai del tutto scoperchiata la piecia, e come lui anche tutti gli altri  della zona. Teneva già il terreno pronto a ricevere a chiantimm(a) : l’aveva  scorso con la zappa  interrando per bene tutte le erbe che erano nel frattempo nate, soprattutto la muruviglina e l’ardica . Con Michele, suo vicino di terra,  facevano aiut(o) –aiut(o), una mezza giornata da lui e un’altra dall’amico, tenendosi compagnia  con in più una migliore resa del lavoro.  Il quale, per quanto duro e faticoso , non faceva perdere loro il buon umore  : chiacchieravano di continuo ed a volte abbozzavano anche  il ritornello di qualche canzoncina. La Carrà  che all’epoca impazzava in tv , era la loro preferita. Con il canto stonato e storpiato e qualche apprezzamento sulle qualità fisiche della soubrette, quasi  esorcizzavano  la fatica. Ma una sorsata di acquetta ,  tenuta bella fresca nella bottiglia mezza interrata  al riparo di qualche pianta , era il momento più propizio per tirare il fiato , appoggiati all’asta della zappa, con la fronte che grondava sudore ed i calandrielli di sacco che fasciavano le gambe, intrisi di umida terra fina. Qualche giorno dopo avrebbe spastinato le chiante  e fatto loro la mellotoca  alle radici  impastandole con una fanghiglia di acqua e  terra . Le vranche avrebbero poi sostato per un giorno al fresco della cantina prima del trapianto col pastinaturo. Quello di Pasqualino era molto bello, ottenuto da un ramo contorto di limone almeno dieci anni addietro. Il manico era calibrato alle sue mani larghe  e robuste. Il puntale era aguzzo e ogni anno lui lo riprofilava pazientemente con una pacc(a)  di vrit(o)  , tanto che ormai era ridotto quasi ad un moncherino. Ma lui si ostinava a non cambiarlo, tanto vi si era affezionato.  
Ma implacabile ed inaspettata arrivò la  ferramm(a) . Anticipata  da un vento non forte, sin dal primo pomeriggio , ma teso e continuo, freddo ma non gelido, da  ponente. Poi, a notte ormai sopraggiunta,  la calma assoluta e un cielo stellato  ma lontanissimo. Il freddo  incominciò a farsi sentire anche in casa , ma ormai era troppo tardi .
La mattina successiva Pasqualino si rese conto del guaio che era avvenuto. La poca acqua , che sempre stagnava nella vasca fuori alla cantina, era tutto un blocco di ghiaccio. Stessa storia per quella contenuta in alcuni secchi sparsi tutt’intorno. Sotto i suoi passi il battuto di terra dell’aia, irrigidito dal freddo, crepitava al contatto dei suoi scarponi.  Si avvicinò  alla piecia lentamente per esorcizzare il  timore di quel peggio di cui ormai aveva più che una certezza. Le piantine a prima vista sembravano ancora sane , ma avevano tutte le foglie ripiegate verso il basso. L’istinto prese allora il sopravvento : con delicatezza le carezzava  quasi a volerle rianimare e dire loro : “ Avete avuto freddo stanotte ? Ma non abbiate timore adesso ci penso io a riscaldarvi ! “. Prese infatti in un turbine di follia a ricoprire nuovamente la piecia con la tenda che già da circa una settimana aveva tolto e messo da parte, a pochi metri distanza.  Ma l’illusione fu presto soppiantata da un’angoscia muta e disperata, tanto più cocente per il ricordo di altre storie simili che ormai sembravano dimenticate : non c’era più niente da fare le sue piantine erano tutte morte gelate!
Ci mise poco più di due giorni per riprendersi e cercare una soluzione. Come lui anche tutti gli altri coltivatori della zona si trovavano nella stessa situazione.  Michele riferì che un suo cognato nonostante non  avesse scoperchiato il suo semenzaio , aveva perso comunque tutte le piantine bruciate dal freddo. La notizia non riuscì in nessun modo a lenire l’amarezza di Pasqualino.  Qualcuno propose, per rimediare a quanto successo, di usare i semi ancora disponibili ad ognuno per seminare i pomodori  direttamente nei campi   a frattulell(e). Con il caldo che già stava ritornando come prima della gelata, disse Nicolino , le piantine sarebbero nate subito e poi da li si sarebbero spastinate quelle superchie  e ripiantate ove ne occorrevano ancora. Pasqualino scartò subito questa idea :  “ Tengo pochi semi e non ce la farei mai   a  pastinare tutto il terreno  –  disse quasi rassegnato – poi con le frattulelle nascono prima pierepulle e zecchetelle    e poi i pomodori , e così siamo fottuti ! “. Era propenso, lui,  a rifare  una nuova piecia , naturalmente più piccola , con i pochi semi che ancora gli avanzavano. Calcolò a mente che aveva necessità di recuperare almeno  sessanta vranche di chiantimma.  Qualcuno suggerì di andare a Pozzuoli  col primo traghetto del mattino per comprare per tutti loro le piantine di pomodoro . Ma Pasqualino  spense subito ogni entusiasmo dei suoi amici : “ Insieme alle piantine ci portiamo a casa anche un sacco di malattie che adesso non abbiamo . Avete dimenticato  due anni fa quando a Pozzuoli comprammo  piantine di melanzane  e peperoni e si  ‘mpull(i)caian(o)  con quella specie di capellini gialli  che poi ci impestarono  tutta la terra ?”
Con quegli argomenti la mozione rientrò subito. Tutti si attrezzarono alla meno peggio: chi rifece subito il smenzaio , chi decise di seminare a frattulell(e), chi di fare entrambe le cose. Anche Pasqualino rifece la sua piecia, ma senza entusiasmo , così tanto per fare qualcosa, con molta tristezza in corpo.
La sera stessa, al telefono,  lo chiamò Michele per dirgli : “ Sient(e) Pascalì , ti ricordi che  dieci giorni fa sono andato ai Maronti a zappare da mio zio Crescenzo ?  Sì  hai capito bene, vicino  alle Petrelle! Ebbene mentre io e suo figlio Gennaro lavoravamo, mi  disse che  quella macchia ogni anno dopo la zappata di primavera si impullicav(a)  di piante di  pomodori . Allora io stamattina l’ho chiamato e gli chiesto di andare a vedere semmai fossero nate anche quest’anno. Sì , laggiù fa sempre più caldo che da noi ed è difficile che ghiacci . E sai stasera che mi ha detto ? Che sì , che sono nate anche quest’anno e sono migliaia ! Piccole sì, ma sono tantissime e che se continua  a fare caldo come adesso saranno pronte già fra otto dieci giorni , specialmente se ci diamo un poco di acqua e di surfata ! “
Dall’altro capo del telefono un silenzio che sembrò a Michele interminabile. Poi, dopo un lungo sospiro , si sentì la voce sconsolata di Pasqualino, lenta , come una sentenza pronunciata in modo solenne , venata di dolore :  “ Miché  , chelle songh(e) pummarole e cul(e) , e che ne facimme ?  Escene tutte scacazzate, e pe regnere nu canist(e) a cammanà meza terr(a). No Miché , nunne  e cose…, perdimme sul(e) tiemp(e), chelle songh(e) pummarole e cul(e) “. Nei giorni successivi Michele , non perdendosi di coraggio, tornò da Pasqualino e lo convinse : “ Suvvia, andiamo a darci un’ occhiata , perlomeno andremo a trovare a  zì Criscienze  manamozza che tanto ha chiesto di te .”  E fu così che il giorno successivo i due presero di buon mattino l’autobus  che li portò giù ai Maronti. Trovarono Crescenzo sull’uscio del cellaio, intento, con la mano buona, ad appuntire canne che poi avrebbe usato come sostegni per i fagioli zampognari. Era un vecchietto sulla settantina, magro ed ossuto, ma dai lineamenti netti e ben disegnati che , in uno agli occhi molto vivaci, lasciavano intuire  un carattere volitivo e intraprendente. Vestiva  un pantalone di pelle di diavolo, scuro ma pulito, più volte ripreso con toppe e con una larga spighetta sul posteriore, fatta probabilmente per allargare la vita divenuta troppo stretta.  Alla larga cintura di cuoio era appeso un corto marrazzo, con il taglio lucido come l’argento. Sopra, una camicia di fustaggine con motivi scozzesi e due ampie tasche sul petto dal cui gonfiore si intuiva che contenessero qualcosa, sicuramente sigarette e cerini, e qualcos’altro.  Aveva già preparato una bella insalata con scarole , cipolle, pomodori di piennul(e) e olive nere .  Pasqualino, dimentico delle sue apprensioni , fu molto contento di incontrare l’anziano amico con cui si intrattenne a ricordare vecchi episodi della loro gioventù. Mangiarono di gusto l’insalata accompagnata da un buon paniell(o)  rustico di forno a legna. La discussione passò poi al vino dell’ospite che rivelava appieno la sua robustezza man mano che l’orciolo  di terracotta veniva riempito da Crescenzo dalla botte che appena si intravedeva nel buio del cellaio. Qui regnava un apparente disordine :  Mazzi di culele  appoggiati al muro, avanzi della recente ed ultimata potatura delle viti, un paio di caluosc(e) di legno quasi nuovi, zappe di varia taglia e consunzione, qualche pala, un piccone , alcuni cofani  i tacc(o), un palone  con i manici arrugginiti , una vranca   di  prupanie americane in attesa di  essere piantate in vigna, un vecchio  t(e)niell(o)  tinto dell’azzurro del verderame perché usato per sciogliervi nell’acqua bollente , e per chissà quanti anni,  i cristalli del solfato di rame  per preparare la poltiglia bordolese da dare alle viti per la peronospora;  e ancora un vecchio innaffiatoio di stagno con la pigna rabberciata alla meno peggio, qualche sacco di canapa con resti di erba per i conigli, e altro . Appena dietro l’uscio erano stati ricavati il palmento e l’uscitoio in una piccola grotta laterale. La cisterna  stava sul lato opposto e raccoglieva l’acqua piovana sia dall’aia che della piccola lampia che ricopriva la prima parte della cantina, entrambe in battuto di lapillo.   Le botti, tre in totale,  stavano nella metà posteriore della cantina. Disposte su un solo lato in modo da lasciare un comodo corridoio di servizio. Due botti erano enormi, di almeno sei vutt(e), e con il portello ben sistemato. La terza era più   piccola, forse da due vutt(e) e mezza, e sembrava più vecchia delle altre.
Tutt’intorno, e in prosieguo, erano collocati gli attrezzi usati in vendemmia :  un torchio con vite da settanta millimetri e testa a quattro zeppe, una capiente pigiatrice a rulli dentati  e una pila di tenielli  con a fianco due scale a pioli e due  cat(i) di legno, appesi a quelle con i rispettivi cruocch(i) . Nel seno di convergenza delle tre botti erano invece sistemate una caurar(a) di rame della capacità di almeno sei teniell(e), il cufaniello degli acini e u mut(o) i lignamm(e) . Mentre il crivo  dell’arill(e) , insieme ad altri attrezzi più minuti, era appeso ad un chiodo infisso nella parete laterale della cantina.  Sul fondo era stato ricavato un mezzanino di robuste tavole di castagno su cui erano disposte almeno una quarantina di damigiane che servivano per stringere il vino durante le traf(i)cate . Sul lato posteriore del mezzanino era ricavata una ulteriore mensola, alta circa un metro dalla prima, su cui erano stivate mazzi di vranche di foglie di canna che sarebbero servite per la potarell(a) delle viti in primavera, e fasci di erba secca, stoppie di fava e pisello, che sarebbero state impiegate come foraggio e lettiera per i conigli ed i maiali nel periodo invernale. In un angolo buio si intravedeva un grottino minuscolo , quasi una nicchia. Dentro vi alloggiava una giara di terracotta, ricoperta di muffa nera, con la bocca coperta da un pezzo di marmo ingiallito : conteneva l’aceto con una spessa mammul(a) che garantiva la costante produzione di un buon aceto con le rimanenze e gli sfridi di vino della cantina. La sacralità del luogo era affidata a simboli ben precisi  che ricorrevano nei posti  chiave della produzione di vino. Una croce dipinta di bianco a calce , campeggiava centralmente sulla parete alta del palmento, appena sopra l’incavo a finestrella che serviva da collocazione della lucerna ad olio  per fare luce durante il lavoro notturno. Una identica la si trovava  nell’uscitoio , quasi alla stessa altezza della prima. Una terza , più grande e meglio disegnata , sul fondo del cellaio , al colmo dell’arco che delimitava il mezzanino. Erano fatte con intonaco a “ rutton(e)” , lo stesso di cui erano rivestiti palmento e uscitoio. Non erano perfette, anzi grossolanamente asimmetriche, ma non per questo meno belle e affascinanti. Sui tompagni delle tre botti erano affisse numerose figure di santi e madonne , cui era affidata sia la salute del vino che la robustezza delle botti , delle quali erano molto temute le rotture improvvise, e quindi la perdita di vino. Singolare era il modo in cui veniva fissata ogni singola figurina: con un coltello molto appuntito si picchiettava minutamente il bordo esterno della carta in modo da far compenetrare la stessa nel legno. Quindi niente colla . Col tempo ( ma non prima di un anno !) , la figura si invecchiava e si copriva di macchie e dava a staccarsi. Nessun tentativo di riattaccarla veniva compiuto. Quando il distacco era avvenuto o stava lì lì per avvenire, allora il proprietario della cantina le raccoglieva e provvedeva a bruciarle sul posto, accompagnando il rito con alcune preghiere. Poi si provvedeva a sostituire le vecchie con nuove immaginette.   
La cantina era stata ricavata in una grotta che si approfondiva nel costone tufaceo di una delle catene  di terra  del fondo di Crescenzo. L’ingresso dava verso ovest , ma era protetto dall’eccessiva insolazione dal pendio della sovrastante collina.  L’aia era ricoperta da una pergola  fatta con vecchi pali di castagno e su cui erano adagiate alcune viti di uva romana , uva  sanginella ,  uva aitella e, più estesa delle altre perché molto più vecchia, una bellissima vite di guarnaccia, da cui spesso anche Michele e Pasqualino avevano attinto marze per i loro innesti.  Le puche   delle viti dei Maronti, dicevano, erano migliori perché più arrennut(e)  e di salute rispetto a quelle di altre località dell’isola. Perché cresciute vicino al mare. Di fianco alla porta , sulla sinistra e quindi molto vicina alla cisterna, c’era la vasca della surfata , della capacità di almeno meza  vott(e), con l’intonaco che recava i segni orizzontali delle varie preparazioni, su un fondo cilestrino inconfondibile.   Dentro ancora era adagiato di sbieco u peruozz(o)  di legno che serviva ad agitare la poltiglia man mano che veniva prelevata.  Poco oltre, in altro piccolo grottino, ma esterno, il fosso della calce , laddove almeno una volta all’anno veniva spugnat(a)la calce viva  per ottenerne il grassello, ingrediente fondamentale per ottenere la  surfata. Il vigneto si estendeva tutt’intorno alla cantina  su un chiano  di circa un moggio , altri due si estendevano sulla schiappa che si inerpicava sulla sovrastante collina. Erano in totale quattro catene  di cinque sei filari ognuna , più due catenielli  stretti e sghembi che iniziavano da un lato con tre filari per poi chiudersi sul lato opposto con un solo filare. Il tutto era costellato  con casualità da alberi di fico , peschi,albicocchi, prugne ed altri alberi da frutto.  La macchia  delle Petrelle era distante dal fondo : occorrevano circa dieci minuti per raggiungerla. Era  calda e protetta dai venti . Di solito Crescenzo vi piantava rape ed altri ortaggi , sia in autunno che in primavera.L’unico albero presente era un fico natalino vecchissimo che espandeva la sua bassa chioma sulla parte più alta , in una  angusta rientranza del ciglione inerbito che a monte lo delimitava.  Era lì che crescevano spontaneamente i pomodori che Pasqualino aveva subito qualificato come pomodori di fortuna ,pummarol(e) e  cul(e)!     
E ci andarono a quella macchia , i tre amici , dopo aver concluso la marenna . Crescenzo faceva strada aiutandosi all’occorrenza con il suo marrazzo per eliminare dal sentiero qualche rustnell(a)  che v’era cresciuta. Il suo cane da caccia, un meticcio di setter e breton , sembrava impazzito di gioia  e li accompagnava frenetico e festoso. Il meno entusiasta del gruppetto era  Pasqualino, che preferiva parlare di altro e non toccare l’argomento piantine di pomodoro. Ma giunti che furono sul posto, mentre Crescenzo li guidava sul luogo preciso della nascita , il nostro che era più alto degli altri di statura, preso dalla curiosità , si dava a guardare oltre per avere in anticipo la visione della piecia nata spontaneamente. Inizialmente ne ebbe quasi una delusione, aveva scorto solo le avanguardie , che erano irregolari e alquanto striminzite. Poi , avanzando ancora di un paio di  passi , e scostando un ramo di fico che occultava un tantino la vista, gli uscì un  “ oh…hhhh “ di prolungata stupefatta meraviglia. Stava lì un vero prodigio della natura , un prato di almeno  sei –sette metri quadrati costellato da piantine bellissime di pomodoro. Robuste e sane come non mai perché ben distanziate , cosparse di surfata e, si intravedevano  le fossette scavate con attenzione  con un pastinaturo, anche recentemente annaffiate ed ingrassate. Era ovvio che  aveva provveduto Crescenzo dopo la chiamata di Michele. E aveva anche provveduto a diradarle laddove erano troppo fitte. Di tutto questo si era reso conto subito Pasqualino, e stava per dire qualcosa , farfugliando un “ ma, ma… , io penso che … “ , quando Crescenzo gli spense in bocca le parole :  “ Statemi a sentire, queste a me tutte sembrano tranne che piantine di pomodori di culo . Sono troppo belle  per esserlo. Ma questo non significa niente : possono esserlo pure. Non so che dirvi , io da parte mia ho pensato di spastinarne una parte per piantarle proprio qui in questa macchia di terra, a quello che viene viene . Voi fate come più vi piace.”
Michele si disse subito entusiasta della cosa e accettò subito la proposta di suo zio. Pasqualino era ancora combattuto . Ma si vedeva lontano un miglio che quelle piantine, ancora più belle di quelle della sua piecia andata distrutta, lo ingolosivano parecchio. Ma gli dava fastidio darlo a intendere ai suoi amici. Alla fine se ne uscì in maniera salomonica :  “ Buon(e) Buon(e)  ch(e) me cost(a) : ne metterò anch’io una cinquantina di vranche .  A quello che succede!  Vuol dire che se sono pomodori di culo ci farò i piennoli . Poi l’anno prossimo sarà un’altra storia… !
Avevano portato con loro due capienti cufanelle  e alcuni vecchi giornali. Nella macchia v’era una minuscola cisternuola, ricavata al piede di un ciglione, che raccoglieva un misto di acqua piovana e fango che proveniva dalla stradina che correva su quel lato. Aiutati da Crescenzo fecero quasi centoventi vranche di piantine che legarono con iunch(e)  (d) i  inest(a)  ed a  cui fecero un abbondante ed accurata  mellotoca di terra lota . Non erano passate ancora le undici del mattino. Michele e Pasqualino avrebbero subito salutato Crescenzo per prendere il primo autobus per Ischia. Le piantine dovevano essere disposte all’ombra delle loro cantine per poi essere pastinate alla calata delle ore, con il fresco.  Giunti a casa, Pasqualino prese per se solo poco più di cinquanta mazzetti di piantine, nonostante le insistenze di Michele. All’ora stabilita entrambi si recarono nei loro rispettivi campi , attrezzati di tutto punto per la bisogna e aiutati dalle rispettive mogli e figli, soprattutto per l’adacquatura.  Al termine Pasqualino chiese A Michele altri dieci mazzetti  “ giusto per chiudere la catena del Lauro “ , disse all’amico come per giustificarsi.
Tutto andò per il meglio. Nei giorni successivi le piantine furono irrigate altre due tre volte fino all’attecchimento definitivo che fu quasi del cento per cento.
Passarono altre due settimane e i due compagni non ebbero modo di vedersi tanto, impegnati com’erano nei lavori dei campi. Pasqualino aveva già trapiantato le prime piantine della seconda piecia, e di lì a pochi a giorni ancora, avrebbe potuto fare il resto. Ma era comunque in ritardo di circa 20 giorni rispetto all’anno precedente. Solo le piantine di Crescenzo erano in linea con i tempi canonici, anzi anche un tantino più anticipate. Dire rigogliose, era poco. Crescevano a vista d’occhio e piene di salute e divennero oggetto di particolare attenzione da parte di Pasqualino. Già si intravedevano sulla cima di alcune piantine alcuni fiori ancora verdi ed in boccio.  Le cose non erano tanto diverse per Michele, solo che questi aveva piantato molte più piantine sospettate di essere di culo.                                     
Un bel giorno Michele si sentì chiamato da Pasqualino dall’interno del suo terreno, e gli rispose avvicinandosi  alla stradella che faceva da confine tra le due proprietà.
“ Michè, Michè ,  Le hai viste anche tu ? “ -  gli diceva  affannato e senza un’indicazione precisa  della cosa cui si riferiva.
“ Cosa  devo aver visto, spiegati meglio ! “
“ Come, come …, i pomodori … , sì ,  quelli della macchia  di zì Crescenzo manamozza  giù ai Maronti ,alle Petrelle…”
“ No, non ho visto niente , ma cosa è successo…, sei tutto strano… !” – rispose Michele in un crescendo di curiosità.
“ Mi sono sbagliato , mi sono sbagliato . Non sono di culo , no  solo qualcuna…, forse, ma non è nemmeno sicuro , sono quasi tutte buone , mammamia comm(e) songh(e)  cuntent(e) ! “ - proseguì  una volta giunto al cospetto dell’amico , a cui in un impeto di gioia diede un bacio in fronte abbracciandolo con trasporto .
“ E’ tutto merito tuo . Se non avessi insistito, mai e poi mai avrei accettato di piantarle !“  -  disse poi sorridendo soddisfatto.
“Pascalì , mi vuoi far capire qualcosa  !” - si spinse a dire un po’ sdegnoso Michele che non riusciva ancora a capire il senso delle parole dell’amico.
“ Ti spiego subito – aggiunse finalmente Pasqualino , calmatosi dall’euforia iniziale – le piantine che ho piantato nel catino del lauro sono cresciute molto più velocemente delle altre perché stanno in una porp(a)  (d)i terr(a) più buona e poi pigliano il sole già dalla mattina presto. I fiori sono spuntati prima e si sono pure aperti. La mia curiosità non mi faceva dormire la notte, così ogni mattina di buon’ora andavo a controllarli . Stamattina ho trovato quasi tutte le piante con i primi fiori purgati. Li ho osservati attentamente uno per uno  e,  gioia delle mie gioie, non credevo ai miei occhi , già nei frutticini piccoli piccoli ho riconosciuto che erano tutti pomodori  buoni .  Michè , si grand( e)… !  Ncopp(a)  a ciente chiante , sul(e) quattro al massimo sei  me so parute e cul(e) . E po(i)  ch(e) fa… ? ,  ci faccio i piennoli e se sono anche del tipo giallo , i frances(e) a patanell(e) , meglio così , si conservano bene per tutto l’inverno e fino all’inizio della primavera ! “
“Ma sei sicuro  ?  Non è che gli occhi tuoi  fann(o)  furmicul(e)  ? “- lo incalzò Michele.
“Ma qual(e) furmicul(e) e furmicul(e)…. Michè, non mi sbaglio, non fare come San Tommaso…, quelle sono piantine di pomodori buoni, e anche di diverse razze, come le mie e le tue …” - Aggiunse ora senza timore di essere smentito  dall’amico.
“Ma andiamo a vedere anche le tue, ce ne sarà qualcuna che è già purgata, no ? “
Andarono e finalmente Michele credette ! Ma non riusciva a spiegarsi cosa fosse accaduto. Come mai in un posto dove ogni anno nascevano e si moltiplicavano pomodori della fortuna , appunto di culo !, quell’anno fossero invece nati pomodori  buoni, addirittura mischiati, ricce, a cachisso, a lampadina, mezze san marzano, patanare, cuor di bue, e chi più ne ha più ne metta. Era un dilemma !
“ Michè – rispose  al telefono zì Criscienz(e)  manamozza a Michele quella sera – te lo dico io cosa è successo .  Devi sapere che è tua zia Graziuccia che se la vede per i pomodori , nel senso che fa lei i semi e li conserva, raccoglie i pomodori, fa i piennoli, fa le bottiglie di conserva insieme alle figlie e qualche amica. Io faccio solo il lavoro di terra : semino le piecie, trapianto, zappetto le piante, le concimo , e così via . L’anno scorso nella macchia delle Petrelle misi i cucuzzielli  , ma non fecero molto bene , e mia moglie a lamentarsi dicendo che la colpa era mia perché non portavo letame in quel terreno da tanti anni. Così ha deciso di fare di testa sua , e ogni volta che si recava alla macchia , portava con sé  nu cat(o)  (d)i munnezza . E con quella ha portato lì anche i semi di pomodoro. “
“Sì , zi Criscienz(e)…, va bene, ma come ha fatto a portare in tal modo tanti semi di pomodori buoni?”
“Figli(o) mii(o) , ma proprio non lo capisci ? – aggiunse il vecchietto quasi con tono di scherno -  Quando l’anno scorso fecero la passata di pomodoro , tutte le scorze , che erano tante, Graziuccia  alla fine le diede  in pasto alle galline. E quelle si sa quando mangiano troppo lasciano indietro parecchia roba . E così è stato che i semi dei pomodori, che erano tutti mischiati come pure noi usiamo fare, sono finiti sul mucchio di letame e da lì nella macchia delle Petrelle portati da mia moglie nei suoi viaggi con il cato. Quando a novembre abbiamo scauzato la terra   , abbiamo interrato tutto e in quel posto è capitato quella parte di letame con i semi, ecco tutto. Poi in primavera , insieme a te abbiamo fatto la scorsa che ha rimescolato il tutto e, tacchète , è nat(a) tutt(a) chella bella chiantimma e pummarole !  Adesso sei soddisfatto ?” - concluse con una leggera ma insistita risatina.
Michele annui con la testa  come se lo zio potesse vederlo per telefono. Allora quello lo incalzò :
“ Allora, sei sordo ?”
“ No zio , ho capito, ho capito …, è sicuramente successo come dici tu , e sono contento . E’ contento anche Pasqualino e…. e tra qualche giorno ha detto che dobbiamo ritornare da te. Si per ringraziarti . E ha detto anche che quest’anno vorrà rinnovare la semenza di pomodoro . Dice che la farà scegliendo anche tra le razze che abbiamo preso da te .
“ Ci metterà anche qualche pummarol(e) e cul(e) ? – soggiunse  il manomozza dall’altro capo del telefono non trattenendo la solita  risatina da buontempone.
“Credo proprio di sì  –ripose Michele – specialmente se sarai tu a chiederglielo !”
“ Magari na p(i)zzcat(a) pett(a) pett(a)   - concluse Crescenzo – ma p(e) divozion(e), sul(e) p(e) divozion(e) delle anime del Purgatorio, concluse definitivamente  in un rantolo in cui si mischiava una ennesima irrefrenabile risata  e un colpo di tosse troppo a lungo trattenuto .   
fine






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